Morire d’amianto e doverlo dimostrare

06 febbraio 2012 
L'amianto continua ad essere un killer invisibile

L’amianto continua ad essere un killer invisibile (Keystone)


Daniele Mariani, swissinfo.ch


 

Il numero di malati a causa dell’amianto non cessa di aumentare. Nei prossimi anni, in Svizzera i decessi si conteranno a centinaia. Per chi è colpito da queste malattie non è sempre facile ottenere dei risarcimenti.

 

Le vittime dell’amianto e i loro familiari attendono con impazienza il 13 febbraio. Dopo un processo durato quasi tre anni, il tribunale di Torino pronuncerà in questa data la sentenza nel processo che vede alla sbarra l’industriale svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Jean Louis de Cartier, accusati di disastro doloso e omissione volontaria di cautele professionali nella vicenda Eternit S.p.A. Genova. Il pubblico ministero Raffaele Guariniello ha chiesto per i due imputati una condanna a 20 anni di carcere.
 
Qualunque sia il verdetto, il disastro ormai è fatto e si sta manifestando in tutta la sua ampiezza proprio in questi anni. Il numero di casi di malattie dovute all’amianto è in costante aumento. L’evoluzione era ampiamente prevista, dato il lungo periodo di latenza (fino a 40 anni) fra il momento dell’esposizione alle fibre d’amianto e la comparsa della malattia. Visto che in Svizzera il divieto generale è entrato in vigore solo nel 1989 (determinati materiali, in particolare quelli prodotti da Eternit, hanno però potuto essere commercializzati fino al 1994), il calcolo è presto fatto: la curva dei decessi dovrebbe invertirsi solo dopo il 2020-2025. Tanto più che anche dopo l’entrata in vigore del divieto, molte persone sono state esposte all’amianto, ad esempio durante lavori di ristrutturazione di edifici.

 

Mesoteliomi in forte aumento

L’aumento dei casi di tumore alla pleura (ovvero il mesotelioma, provocato nella maggior parte dei casi dall’esposizione all’amianto e il cui decorso è mortale) è significativo. Tra il 1984 e il 1988 il Registro svizzero dei tumori aveva rilevato 342 casi. Vent’anni dopo la cifra è più che raddoppiata: 846 casi tra il 2004 e il 2008.
 
Stando alle proiezioni dell’Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni (Suva), dal 1939, quando l’asbestosi entrò a far parte della lista delle malattie professionali, all’inizio del 2030, l’amianto avrà causato fino a 4’500 decessi.
 
Anche se un procedimento civile è ancora in corso, per le vittime e i loro familiari ottenere giustizia sporgendo denuncia contro le ditte che utilizzavano il minerale o i loro ex proprietari sembra una causa persa. Nel 2008, il Tribunale federale ha respinto tre denunce per omicidio colposo, omicidio volontario e lesioni corporali sporte dai familiari di una vittima contro, tra l’altro, gli ex proprietari della Eternit Svizzera SA Thomas e Stephan Schmidheiny. Per la corte suprema svizzera, il termine di prescrizione (10 anni) era scaduto.

 

In gioco milioni di franchi

Non resta quindi che rivolgersi alla Suva, per cercare almeno di far riconoscere la patologia come malattia professionale, ciò che dà diritto alle prestazioni assicurative (rendita di invalidità, indennità per menomazione dell’integrità o, in caso di decesso, rendita per superstiti).
 
Sino alla fine del 2009, i casi riconosciuti di malattia professionale legata all’amianto sono stati 2’779, 1’347 dei quali con mesotelioma. In gioco vi sono somme importanti: finora l’amianto è costato alla SUVA quasi 650 milioni di franchi in prestazioni assicurative. Dal 2007, l’esborso annuale è sempre stato superiore ai 50 milioni.
 
Secondo François Iselin, queste cifre nascondono una realtà ben peggiore: «Per i mesoteliomi, i medici oggi sono generalmente sensibili e chiedono al paziente il suo passato professionale, ciò che permette di rivolgersi alla Suva. Se invece si tratta di un cancro ai polmoni, spesso imputano la malattia al fumo o al fumo passivo e non vanno oltre. Per i medici non esiste l’obbligo di determinare se si tratta di una malattia professionale o meno e di annunciarla», osserva l’ex professore del Politecnico di Losanna ed esperto del Comitato d’aiuto e d’orientamento alle vittime dell’amianto (Caova) fondato nel 2002.
 
La Suva, che nella vicenda dell’amianto a volte è accusata di sollevare una cortina di fumo tra le vittime e i datori di lavoro, respinge con fermezza le critiche. «Non cerchiamo assolutamente di minimizzare il numero di casi», sottolinea Henri Mathis, responsabile delle relazioni pubbliche della Suva.

 

Molti lavoratori rientrati in patria

Quando si tratta di mesotelioma o asbestosi, in generale non vi sono troppi problemi. «Non abbiamo bisogno di dati ultra-precisi o di inchieste particolari. Bastano dati semplici, ad esempio sapere che entro tale e tale altra data la persona ammalata ha lavorato in un settore esposto all’amianto, ad esempio nella costruzione», spiega Mathis.
 
Molti lavoratori hanno però nel frattempo lasciato la Svizzera e spesso non si rivolgono all’assicurazione svizzera. Nel 2009, la Suva ha avviato una campagna, portata avanti dall’Istituto nazionale italiano di assicurazione contro gli infortuni (Inail), per rendere attente queste persone e i medici al fatto che hanno diritto alle prestazioni assicurative elvetiche, a patto di non aver lavorato di nuovo in patria in settori esposti all’amianto. «Più di 200 persone domiciliate in Italia si sono finora annunciate alla Suva. Il problema è che però il medico curante italiano non sempre ha il riflesso di porre la domanda sull’origine professionale della malattia», osserva il responsabile delle relazioni pubbliche della Suva.

 

Ultima ratio, il tribunale

La situazione, come detto, è ancor più complicata per il cancro ai polmoni, visti i diversi fattori di rischio (fumo, amianto, ma anche esposizione a sostanze come radon, cobalto…). In questi casi la Suva si basa sui cosiddetti criteri di Helsinki: l’ammalato deve essere anche colpito da asbestosi e provare di essere stato esposto a una certa dose di amianto durante la sua vita lavorativa. Una prova difficile però da produrre, visto che le misurazioni di concentrazione effettuate in passato o sono inesistenti o poco affidabili.
 
In questi casi, per persone già fisicamente debilitate o i familiari, farsi riconoscere la malattia professionale è un percorso ad ostacoli, come ha spesso constatato François Iselin. Anche nel caso di mesoteliomi, a volte è complicato: «Abbiamo avuto un caso di un tipografo a cui la Suva non voleva riconoscere la malattia professionale perché sosteneva che in questo ramo non veniva utilizzato amianto – spiega l’esperto della Caova. Siamo però riusciti a ritrovare una fattura che ha permesso di provare che la ditta dove lavorava era stata trattata con l’amianto floccato. Sono quindi stati costretti a riconoscere la malattia professionale».
 
In alcuni casi, l’ultima ratio è il tribunale. «Dal primo gennaio 2009 siamo stati confrontati a 23 processi per quanto concerne l’amianto – indica Henri Mathis. Quattro sono ancora in attesa di giudizio. I tribunali hanno confermato la nostra decisione in 11 dossier, mentre per altri 8 ci hanno dato torto».



http://www.swissinfo.ch/ita/societa/Morire_d_amianto_e_doverlo_dimostrare.html?cid=32001058&sb=fb


Daniele Mariani, swissinfo.ch

Morire d’amianto e doverlo dimostrareultima modifica: 2012-02-06T22:01:00+00:00da ninnanina
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